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mercoledì 10 giugno 2026

Recensioni Cinema: MASTERS OF THE UNIVERSE (2026) di Travis Knight.

 

Produzione: Todd Black, Jason Blumenthal, Steve Tisch e Robbie Brenner (2026).
Soggetto: Mattel.
Sceneggiatura: Chris Butler, Aaron e Adam Nee, Dave Callaham.
Regia: Travis Knight.  
Montaggio: Paul Rubell. 
Fotografia: Fabian Wagner. 
Colonna Sonora: Daniel Pemberton.
Interpreti Principali: Nicholas Galitzine, Jared Leto, Camilla Mendes, Idris Elba, Alison Brie, Sam C. Wilson, Dolph Lundgren...
Durata: 141 min.
 

Commento Matteo Mancini.

Potevo mancare alla proiezione del film incentrato sui giocattoli che mi hanno accompagnato per tutta l'infanzia (scuola compresa con astucci, zaini e gomme) e qualcosa oltre? Ovviamente no, tappa d'obbligo. Presente in sala, insieme ad altri sei stoici spettatori, a dare il cambio ai sette spettatori in uscita dalla sala (quanto erano magici gli anni ottanta).

Prodotto commerciale, inutile girarci intorno, ma nostalgico e rispettosissimo dei tempi che furono. A fungere da traino dell'operazione, nel tentativo di rinverdire gloriosi fasti (operazione commovente per coefficente di difficoltà, poiché le generazioni di oggi non sono più quelle di una volta), è stato il ben più autoriale Barbie (veicolato nel 2023 al successo dall'eccellente intuizione di Margot Robbie e dalla regia di Greta Gerwig, ma anche dal produttore Robbie Brenner che si ritrova qui a capo di Master of the Universe). Un clamore tanto forte da spingere la Mattel a superare la lunga serie di fallimenti produttivi in cui era incorso Masters of the Universe, a partire dal primo deficitario approccio al cinema, nel lontano 1987, con il non poi così pessimo I Dominatori dell'Universo (finito bistrattato dal botteghino).

Ci muoviamo in un universo - fantasy-scifi - nato sulle orme di Conan il Barbaro nei primi anni ottanta e di Star Wars, inizialmente orientato solo sul versante ludico con una catena di action figure muscolose e carnevalesche messe sul mercato dei giocattoli e successivamente reclamizzate dalla produzione di una serie di cartoons (tra cui la parallela She-Ra e Le Principesse Guerriere) finalizzate proprio alla vendita dei prodotti. Una decisione imprenditoriale di una forza tale da  determinare un vero e proprio caso mondiale, al punto da arrivare a influenzare il mondo del Wrestling degli anni ottanta e primi novanta con combattenti sempre più muscolosi e in costumi sgargianti. Un'onda in grado di calamitare il mercato dei giocattoli per circa un decennio per poi estinguere la propria spinta al volgere a termine del secolo. A distanza di quarant'anni dal precedente capitolo cinematografico, la Mattel decide di rispolverare il marchio ormai naufragato nel dimenticatoio, avviando l'ennesima campagna di restyling sul versante giocattoli e intraprendendo una via assai coraggiosa. Il merchandising legato ai Masters è figlio dei lontani anni '80, quando il mito dell'uomo muscolare e grezzo attecchiva sulle generazioni, si pensi ai vari modelli rappresentati da Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, Carl Wheaters, Hulk Hogan, Mr T, Jean Claude Vandamme e lo stesso Dolph Lundgren (che fu poi scelto nel 1987 per interpretare He-Man, grazie alla prova offerta nei panni di Ivan Drago in Rocky IV). Ciò rende estremamente rischiosa l'operazione, peraltro per effetto di uno script che, a differenza di serie cinematografiche quali Transformers o G.I. Joe, non si discosta dal cartone animato rendendo spassosa la visione per chi ha vissuto quei tempi (in tal senso sono magistrali i contributi dopo i titoli di coda, pieni zeppi di citazioni). D'altro canto, investire 200 milioni di dollari in un'operazione nostalgia ben incastonata in un dato periodo storico, non può che essere un azzardo (al momento non premiato). Non credo che le nuove generazioni apprezzeranno un film del genere, come invece potrebbero fare gli attuali quarantenni o cinquantenni se non fosse che, salvo nerd o nostalgici, molti di questi adolescenti del tempo che fu si saranno allontanati dalle coordinate che prediligevano quando erano bambini. La maturazione (o supposta tale) uccide sovente il bambino che fu, in favore di qualcosa di più amorfo e spento.

Ecco che non posso che concedere un grande plauso alla Mattel in primis, per aver voluto tributare un periodo storico confermando quell'intelligente ironia che già caratterizzava Barbie, così da non prendersi troppo sul serio (ma al tempo stesso non “sbracare”). In seconda battuta è dovuto un plauso in favore degli sceneggiatori (tentativo di nobilitare un fumettone con contenuti antibellici, in un'epoca dove la guerra e la mancanza di dialogo la fanno da padroni), del regista Travis Knight (per l'alto senso dello spettacolo) e dell'intero cast artistico. 

Il mitico logo della serie Mattel.

Masters of the Universe è un film leggero, con una trama che originale certo non è, in grado però di sfruttare la nostalgia (gustoso cammeo anche di Dolph Lundgren), rispecchiando le caratterizzazioni dei personaggi originali. Adam è un damerino che occhieggia a Clark Kent (come lui viene spedito da ragazzino sulla terra insieme all'arma che gli conferisce il potere e come lui è un dipendente imbranato che rischia costantemente il licenziamento); Skeletor (interpretato da Jared Leto, già Joker in Suicide Squad) ride in modo sguaiato e sembra lui stesso non prendersi troppo sul serio; Man at Arms (qua colored personificato da Idris Elba, anche lui reduce dalla squadra di pazzi di Margot Robbie in Suicide Squad – Missione Suicida) è un simpatico ubriacone; e poi i vari Trap Jaw (favoloso), Moss Man (che diventa un praticello), Fisto, Beast Man, Tri-Klops (in verità diverso dall'originale), Evil-Lynn (interpretata in modo notevole da Alison Brie, forse la migliore dell'intero cast), Ram Man, Cringer (manca Panthor) e altri.

Una sword & sorcery carnevalesca ad alto rischio pagliacciata che, tuttavia, evita di scadere nella demenzialità mantendo lo spirito del cartone, l'etica e il "sano" divertimento (non c'è traccia di sangue).

Che dire poi delle scenografie ricreate in computer grafica? Il castello di Greyskull, la trasformazione da Adam in He-Man ricalcata alla perfezione sul cartoons e poi la colonna sonora rockeggiante con la main theme del cartoons che d'un tratto subentra, tra i rallenty di montaggio calibrato a spettacolarizzare le sequenze, conferiscono il dovuto valore aggiunto ai combattimenti (anche con astronavi e duelli aerei). In una parola: spettacolo. Il miglior film tratto da un cartone animato. Certo, non ha la profondità di Barbie, sebbene tenti di imprimere un contenuto moralistico attraverso un'insistita serie di dialoghi finalizzati a stemperare il clima bellico in favore della via della comunicazione e dell'empatia, con tanto di commento finale (come avveniva nel cartoon).

La fotografia (di Fabian Wagner, già ammirato in Justice League e Venom) è coloratissima, il ritmo serrato e la noia assente. A mio modo di vedere, si mangia parecchi dei film tratti dai fumetti Marvel. Plauso inoltre per l'epica soundtrack originale Eternia firmata da Daniel Pemberton (nomination agli oscar con Il Processo ai Chicago 7) e Brian May (non occorrono presentazioni).

Nicholas Galitzine è perfetto nel ruolo di protagonista e sorprende nel suo continuo atteggiarsi alla Clark Kent. È un perdente, effeminato (un po' alla Diego De la Vega, ovvero l'altra faccia della medaglia di Zorro), ma si scopre d'improvviso, un po' come il SuperFantozzi munito di Excalibur,  il campione di Greyskull. Divertente, al riguardo, il siparietto con Skeletor che, strappata la spada all'avversario, e dopo aver recitato la formula magica, si rivolge un po' spiazzato alla sua maga: “ma perché non funziona?

Se siete stati fan dei giocattoli e della serie cartoons, andate a vederlo al cinema: non ne resterete delusi.

Per chi volesse approfondire l'universo He-Man consiglio il volume La Storia dei Masters – Il Gioco più forte dell'Universo di Emiliano Santalucia e Alessandro Apreda (il link per l'acquisto: https://www.amazon.it/storia-dei-Masters-gioco-forte/dp/8833552047).

Personalmente ho omaggiato il merchandising battezzando la mia gatta, nata nel 2020, col nome Cringer e nel 2024 ho scritto un racconto alternativo intitolato MASTERS & SLAVES, senza poter ricorrere ai nomi dei personaggi (in quanto tutelati dal copyright), nel rispetto dell'anima del cartoons e dei giocattoli. Lo potete trovare pubblicato sulla rivista Astonishing Fantasy Tales, numero 4, per Kraken Edizioni (marchio di Fabio Larcher), insieme – tra gli altri - a un contributo di Andrea Gualchierotti che in quell'anno pubblicò l'eccelso I Campioni dell'Inferno (qua la mia recensione: http://giurista81.blogspot.com/2024/09/recensione-narrativa-i-campioni.html dalla cui copertina potete vedere l'ossessione per la Sword and Sorcery). Concludo chiamando Cringer, accingendomi a pronunciare la fatidica frase: Per la forza di Greyskull... a me il potere...! (qui il mago del lago mi deve aver bidonato: ma l'ho pronunciata bene?).

 

L'esistenza è una serie di assurdità che conducono al nulla infinito.”.

 

lunedì 25 maggio 2026

Recensione Narrativa: DELITTI IN GIALLO a cura di Franco Forte.

Autore: AA.VV. a cura di Franco Forte.
Anno: 2015.
Genere: Giallo.
Editore: Mondadori.
Pagine: 370.
Prezzo: 6.50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Uscita undici anni fa in edicola, Delitti in Giallo è una vera e propria vetrina di scrittori italiani sul “libro paga” della Mondadori, sezione gialli da edicola. Dodici autori, di cui due conosciuti di persona (con uno ho diviso persino un palcoscenico), uno con cui ho collaborato e uno coinvolto col sottoscritto in un intreccio di “sportellate”.

Interessante il progetto, ordito dal prefatore e ispiratore Franco Forte, che si propone di radunare gli autori del catalogo per spingerli a scrivere un racconto avente per protagonista il loro indagatore seriale. Immaginate così un'antologia, con le debite proporzioni, dei vari Sherlock Holmes, Arsenio Lupin, Auguste Dupin, Hercule Poirot e Mario Rossi dei vari autori. Così ecco tornare due dei miei indagatori preferiti del contesto: la cacciatrice di pellicole rare Susanna Marino (di cui possiedo l'intera produzione, trovate sul blog quattro su cinque romanzi da me recensiti) ideata da Cristiana Astori e l'illusionista e indagatore razionale di occultismo Bas Salieri (apprezzai moltissimo Il Palazzo dalle Cinque Porte: qua la mia recensione https://giurista81.blogspot.com/2014/04/recensione-narrativa-il-palazzo-dalle.html) di Stefano Di Marino. Due personaggi (sempre di Marino si tratta) che valevano, per il sottoscritto, il prezzo del biglietto. Per motivi variegati, tuttavia, non acquistai a suo tempo l'antologia. Solo in occasione dell'uscita de Il Grido del Capricorno (fumetto Oltretomba ispiratore di Profondo Rosso riproposto in edicola lo scorso maggio) ho recuperato l'antologia, riapparsa magicamente in un espositore di un'edicola della stazione ferroviaria di Pisa a prezzo intero, come se fosse nuova. Mi sono così messo a leggerla incuriosito soprattutto dalle storie dei miei due personaggi preferiti.

L'idea base, indubbiamente, è molto interessante, sia perché offre una panoramica del periodo storico (prima decade del nuovo secolo) sia perché consente ai vari scrittori (magari non conosciuti dal singolo lettore) di mettersi in mostra in un progetto di sicuro richiamo per i collezionisti e fan dei singoli personaggi (come il sottoscritto appassionato di Marino e Salieri, ma sono presenti altri solidi personaggi quali Monsignor Attilio Verzi, Angela Garzya e via dicendo). 

Purtroppo il tallone di achille di un'antologia gialla è, a mio modesto modo di vedere, spesso da rintracciare nella ripetitività della strutture narrative e dei topoi del genere. Quasi tutti i racconti sono interessati dallo “spiegone” finale, tipico di una certa narrativa o cinematografia, funzionale a consentire ai lettori meno attenti o preparati di riuscire a tirare le fila di quanto letto e quindi essere convinti dall'intreccio così da evitare la fatidica frase: non c'ho capito niente (e peggio per te!). Ciò, secondo me, è un limite. Il lettore deve riuscire capire con la narrazione senza che lo scrittore sia costretto a spiegare cosa sia successo con due pagine didascaliche. Un altro limite, sovente, è da rintracciare nei soggetti delle storie che faticano a brillare per originalità e che si salvano solo per la tecnica dell'autore o per la robustezza delle caratterizzazioni dei personaggi. Alla fine ne esce un'antologia non certo memorabile, anche se idonea a intrattenere, con qualche sfumatura pulp (Cristiana Astori), action (Carlo Parri), storica (Ilaria Tuti), cinematografica (Massimo Lunati) e persino horror (Stefano Di Marino).


RECENSIONE NEL DETTAGLIO

Il racconto più completo e, a mio modo di vedere, migliore è l'hitchcockiano La Finestra dell'Hikikomori che Massimo Lunati tratteggia con gusto argentiano, lavorando in modo magistrale sia sulla caratterizzazione dei personaggi sia sull'intreccio, così da coinvolgere dall'inizio alla fine il lettore in quella che è una vera e propria caccia a un serial killer che scarnifica le vittime. Lunati approfondisce i personaggi, tutti posseduti da demoni interiori ma con reazioni che inducono ad affrontare il male di vivere con piglio diverso. Come si evince dal titolo, la protagonista è affetta da una delle nuove malattie del secolo, una sorta di agorafobia che costringe chi ne è affetto a restare chiuso in casa. Da qui la soluzione in stile La Finestra sul Cortile (1954), con la giovane Hiromi che assiste, dalla sua abitazione, a un delitto riuscendo a scorgere, forse, l'assassino in fuga. Da qui la dura scelta tra tacere o rivelare, attraverso una serie di schermature digitali, dettagli alla polizia. A indagare si muove il Commissario Soliani sorpreso a inizio racconto in un momento di crisi profonda. Prende così le mosse un orrore che smuove i tarli e  induce i protagonisti a superare i loro demoni. L'autore, Massimo Lunati, come curiosamente spesso succede in queste antologie era uno (biografia alla mano) tra i meno blasonati per curriculum del lotto. L'ennesima dimostrazione che il colpo singolo del K.O. attende tra le mani di molti autori e non è dunque prerogativa dei soliti noti.


Un altro racconto che riesce a tratteggiare un'indagine coinvolgente e serrata è il tragico Il Terzo Testimone di Marzia Musneci, che rispolvera l'investigatore privato Matteo Montesi con cui aveva trionfato nel Premio Tedeschi del 2012. Bell'intreccio che affonda nel sensibile tema della pedofilia e della prostituzione minorile, con un sottofondo revenge che determina una spirale di violenza in cui il carnefice non sarà il solo a farne le spese. Protagonista un indagatore alla Dario Argento che si trova testimone oculare di un omicidio di cui non è riuscito a intravedere l'assassino. Finale tragico.


Colpisce, soprattutto per contesto storico e utilizzo di un personaggi realmente esistiti, L'Ultimo Volo dell'Aquila di Ilaria Tuti, vincitrice del Gran Giallo Città di Cattolica 2014. Giallo deduttivo dall'ambientazione e dal contesto insolito. L'autrice ci porta nel campo di concentramento di Dachau e da qui al Castello di Kransberg, dove il Fuhrer teme essere stato commesso un omicidio mascherato da suicidio, col sospetto di una macchinazione per attentare alla sua vita. Narrativamente interessante, con i cammei di una Eva Braun commovente e di un bastardissimo Goebbels. Convince meno sul versante della verosimiglianza, con Hitler (e gli arroganti gerarchi) che affidano il compito di svolgere l'indagine a un professore confinato in un campo di concentramento per motivi politici. A ogni modo, per come si giunge alla soluzione finale, attraverso l'interpretazione di tutti i dettagli della vicenda, è uno dei migliori dell'antologia.


Dietro questi tre racconti, sempre secondo la mia opinione, di gran lunga i migliori del lotto, mi sono piaciuti a corrente alternata altri tre o quattro storie.


Il Bruto di Vallelunga del compianto Stefano Di Marino è magistrale per il contesto scenografico in odore di folk horror, con una spettacolarizzazione degli omicidi (di apparente matrice esoterica) e una serie di personaggi fascinosi quali operatori occulti e illusionisti. Il protagonista Bas Sileri, già al centro di intrecci assai più articolati sulle pagine de I Gialli Mondadori, è uno studioso (razionale) di occultismo e si trova a muoversi in una serie di omicidi che lasciano supporre la presenza di un homunculus comandato a distanza da una strega. Tutto molto bello e orrorifico, fino all'epilogo prevedibile. A ogni modo, è il mio quarto racconto preferito.


Memorabile, per i personaggi e il gusto pulp, ma meno per l'intreccio, lo scatenatissimo Tutto quel Pulp con cui Cristiana Astori si lascia trasportare dal divertimento mascherando, sotto nomi di copertura, personaggi reali riconducibili all'universo di Quentin Tarantino, col regista oggetto di contesa tra una moglie pomposa (Salma Hayek) e un'amante più fredda (Uma Thurman). Calibrata l'ambientazione, nel museo del cinema di Torino (all'interno della Mole Antonelliana), dove Susanna Marino (ricercatrice freelance di pellicole scomparse) si trova a dover fronte a un omicidio alquanto scomodo e grottesco e alla scomparsa della katana di Kill Bill. Simpaticissimo per il taglio sopra le righe, meno per l'epilogo finale. L'Astori, qua, si diverte e punta a divertire (riuscendoci) confezionando una caricatura dei personaggi più cari degli appassionati del cinema pulp tarantiniano.


A corrente alternata, con momenti action assai riusciti, Maria Cardosa di Carlo Parri (ex montatore, tra gli altri, di Carlo Lizzani, vincitore del Premio Tedeschi 2012) che ha il ritmo e il piglio giusto del noir alla Izzo (scazzottate, inseguimenti stradali, indagini, sparatorie) ma, al tempo stesso, si perde in un finale poco incisivo, in cui tutto ruota attorno alla tematica del testimone scomodo da eliminare a ogni costo. A corrente alternata, ma in grado di intrattenere.


Lentissimo e ultra dilatato L'odore del Gelo di Andrea Franco che gioca sull'handicap passeggero (lo stato influenzale e il forte raffreddore) che argina la dote principale del suo indagatore seriale (al centro di numerosi gialli della serie Il Giallo Mondadori), qua impossibilitato per ¾ di storia a ricorrere al suo sviluppatissimo olfatto. Non appena l'impasse viene superato il “nostro”, ovvero Monsignor Attilio Verzi, verrà a capo della vicenda. Buono lo spunto iniziale e l'epilogo, ma noioso per chi non è un fan del personaggio e con buona parte del racconto incentrata sui rimedi e le cure dello stato influenzale di Verzi. Diciamo che il racconto è più un focus sul personaggio che uno studio su un nuovo caso.

I sette indicati sono i miei preferiti. Veniamo ora ai restanti cinque.

Fatica, per intreccio, Donne al Buio di Enrico Luceri, altro mattatore delle pagine Giallo Mondadori. L'autore conosce i tempi giusti, ma ricicla un soggetto visto e rivisto che sembra ricalcare certi plot di Franco Ferrini. Il racconto, incentrato su una vendetta che va in scena venti anni dopo rispetto al prologo, ricorda – non certo per i toni – il film Delitti e Profumi (1988). Lineare nello sviluppo, prevedibile negli sviluppi (a parte per il Procuratore della Repubblica che suppone che i primi due omicidi, relativi a due donne con un passato comune, potrebbero essere frutto di una coincidenza) si rivela tra i più prevedibili del lotto. Diverte e intrattiene per l'intelaiatura ultra collaudata, senza sorprendere.


Una bella prima scena dark, seppure introdotta da una lunga premessa da commedia, si trova nel grandguignolesco Le Dita del Diavolo di Marco Philip Massai, terzo racconto (inseme a quello di Tuti e Franco) storico, che promette bene con un inizio dal retrogusto western, salvo afflosciarsi alla distanza.


Le Inutili Attese di Manuela Costantini è un whodunit che si distingue per la vividezza dei personaggi, proponendo una rosa di possibili assassini, un indagatore privato (avvocato) che collabora con un poliziotto e una serie di individui, tra creditori, amanti e parenti inviperiti, che gravitano attorno a un uomo che deve soldi a parecchie persone e sembra non intenzionato a pagare. Manca di appeal, anche se è ben gestito il comportamento del sospettato che consente al protagonista di individuarlo quale assassino.


Sulla stessa falsa riga, ma meno interessante (con l'eccezione del flashback spalmato per tutto il corso del racconto che mostra gli ultimi istanti di vita di un uomo che poi si scoprirà avere un'attinenza ai fatti) è La Donna Cannone di Annamaria Fassio. Anche qua poco appeal, personaggi meno vividi e identica costruzione con una rosa di sospetti per un whodunit nel mondo della scuola superiore. Vittima una professoressa acidella.


Quadrato – sebbene senza scossoni - La Signora Silvana di Diego Lama che ricorda un po' il sottogenere dei delitti della camera chiusa, con una soluzione finale intuibile a metà lettura. Della serie: il diavolo fa le pentole, ma non i coperti.

giovedì 14 maggio 2026

Recensione Saggi: SETTE SATANICHE di Mastronardi, De Luca e Fiori.

Autori: Vincenzo Mastronardi, Ruben De Luca e Moreno Fiori.
Anno: 2006.
Genere: Saggio Criminologico.
Editore: Newton Compton Editori.
Pagine: 446.
Prezzo: 19.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Preso appena uscì in libreria e riletto a distanza di venti anni dalla prima volta, Sette Sataniche resta il migliore libro mai pubblicato in Italia d'impronta criminologica sull'argomento satanico. È opportuno premettere che non si tratta di un libro sul diavolo nella religione, nell'arte e nel cinema, come Il Grande Libro di Satana (2022) di Danilo Arona edito da Mondadori né di un saggio antropologico come Il Diavolo (Newton & Compton) di Alfonso Di Noia, ma di un'applicazione della branca satanica alla criminalità. Sebbene risulti firmato a sei mani, l'anima del progetto è senza dubbio da individuare in Ruben De Luca, all'epoca già il migliore ricercatore di criminologia (per valore divulgativo) che sia mai stato presente in Italia. Ricordo che nel 2003/04 mio zio, sapendo che ero alla ricerca del volume (un capolavoro assoluto) Anatomia del Serial Killer 2000 (Giuffré Editore), girò tutte le librerie di Pisa per ricercare il libro salvo poi rivolgersi direttamente alla rivendita autorizzata dell'editore in città perché (all'epoca) certi volumi erano considerati accademici e Feltrinelli declinava l'ordine. I saggi criminologici di De Luca non sono mai stati derivativi, ma si sono sempre caratterizzati per un impulso innovativo e personalizzato, in altre parole si distinguevano dalla massa e non solo per la quantità di materiale debordante persino rispetto ai volumi provenienti dall'estero. A quei tempi recuperai un numero infinito di questi saggi (ne avevo più io che la facoltà di Giurisprudenza di Pisa), tra i quali Delitti Rituali (Centro Scientifico Editore) di Angelo Zappalà e Criminal Profiling (McGraw Hill) di Massimo Picozzi. Ebbene, nessuno riusciva a raggiungere il livello dei volumi di De Luca, sempre attento ad adottare un linguaggio e una delineazione della materia che restasse a metà strada tra l'accademico e il popolare, così da rendere popolare senza banalizzare la materia. Non a caso il suo approccio ha finito con l'interessare un editore “commerciale” come la Newton & Compton. Sette Sataniche, quando uscì, peraltro con la collaborazione del professore Vincenzo Mastronardi (psichiatra e direttore della cattedra di Psicopatologia forense presso La Sapienza Università di Roma), fu un qualcosa di mai visto in Italia. Un volume magnifico, come lo sono i volumi di De Luca (purtroppo, poi, allontanandomi dalla criminologia non ne ho più seguito la carriera ma, come si dice in C'era una volta in America,un cavallo vincente si vede alla partenza”), che affronta la tematica con un mix vincente tra cronaca nera (la seconda parte è interamente dedicata al Mostro di Firenze) e approccio più squisitamente saggistico con definizioni e classificazioni. Il satanismo viene spulciato da ogni punto di vista, soprattutto in una modalità congeniale al tema d'interesse che è l'applicazione sul versante criminologico (ma non solo). Il taglio espositivo è pratico, valido per un lettore comune ma anche per gli operatori di polizia con suggerimenti di indagine e collegamenti ai reati del codice penale di solito commessi dagli aderenti delle sette. Non manca una rapida panoramica sulle varie sette assimilabili alle sataniche che operano nel mondo (dal vudù alla santeria, passando per macumba, palo mayombe e via dicendo) senza mai dimenticare il collegamento diretto con i fatti e la casistica offerta dalla cronaca nera. Una parte, probabilmente a cura di Moreno Fiori (dottore in teologia e demonologo), di matrice occulta è persino dedicata alla stregoneria e ai suoi riti.

Un libro magnifico che non può mancare nella libreria dei cultori di criminologia, anche per la sua particolarità applicata al satanismo. A ogni modo, quando vedete un saggio criminologico che porta la firma Ruben De Luca, non abbiate dubbi: vale sempre l'acquisto.

 
Ruben De Luca,
l'anima del progetto.
 

Recensioni Narrativa: LE CONFESSIONI DI UN PECCATORE ELETTO di James Hogg.

Autore: James Hogg.
Titolo Originale: The Private Memoirs and Confessions of a Justified Sinner.
Anno: 1824.
Genere: Gotico / Crime.
Editore: Agenzia Alcatraz, 2025.
Pagine: 324.
Prezzo: 18.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Diciottesima uscita della collana Bizarre, fiore all'occhiello della lodevole Agenzia Alcatraz e punto di riferimento per chiunque voglia mettere le mani sui grandi classici della narrativa del terrore europeo. Nell'occasione viene rispolverata una pietra miliare della narrativa gotica inglese, già pubblicata in Italia in quattro precedenti edizioni ovvero per Feltrinelli (Confessioni di un Peccatore, 1961), in edicola curiosamente inserito nella serie popolare “I Romanzi Diabolici” col titolo L'Anima Perversa (1963) e di nuovo in libreria per Bollati Boringhieri (Confessioni di un Peccatore Eletto, 1995) e Beat (Confessioni di un Peccatore Eletto, 2016).

L'opera è senz'altro da annoverare tra gli antesignani della nascente narrativa del terrore, al fianco dei più conosciuti romanzi di Ann Radcliffe, Mary Shelley e John Polidori, tanto da aver poi ispirato Robert Louis Stevenson per la stesura de The Strange Case of Doctor Jekyll and Mr Hyde (1886). Stampato in forma anonima nel lontano 1824, seguendo un soggetto un po' sulla scia dei successi de Il Monaco (1796) di Matthew G. Lewis (qua la mia recensione: http://giurista81.blogspot.com/2014/08/recensione-narrativa-il-monaco-di.html) e de Gli Elisir del Diavolo (1815) di E.T.A. Hoffmann, The Private Memoirs and Confessions of a Justified Sinner ha avuto un impatto sulla critica del tempo assai controverso e indignato (“L'impressione che il romanzo ha lasciato nelle nostre menti è così spiacevole, che vorremmo tanto non averlo letto”). Pubblicato in appena mille copie e spacciato quale effettivo resoconto recuperato dalla tomba di un suicida (forse ispirerà per questo persino la trovata editoriale di Dante Gabriel Rossetti e il furto del cranio di Francisco Goya), vendette inizialmente circa cinquecento copie suscitando scandalo per l'ardita vena satirica. Riproposto quattro anni dopo, col titolo leggermente modificato (The Suicide's Grave or Memoirs and Confessions of a Sinner), si impose definitivamente nel 1835, una volta deceduto l'autore, falcidiato dalla censura e da numerosi cambiamenti non riconducibili alla volontà di chi l'avesse scritto. Solo un secolo dopo, grazie alla riscoperta (un po' come avvenuto per Il Monaco) degli intellettuali francesi, il romanzo è diventato un classico, al punto da essere approfondito da otto pagine nel magnifico saggio Storia della Letteratura del Terrore (1985) di David Punter.

L'autore James Hogg, nato in Scozia nel 1770, è stato soprattutto un autore di ballate e di poesie, giunto tardi al successo a causa delle sue umili origini e della sua carriera da pastore agricolo (in tal senso si ritaglia un cammeo metaletterario nella parte terminale del romanzo, dove compare proprio in tale ruolo). Reputato geniale da colleghi e amici, al punto da conquistare Walter Scott (l'autore di Ivanhoe, da molti considerato il Manzoni inglese), non ha disdegnato incursioni nella narrativa dark, come dimostrano celebri racconti quali Expedition to Hell (1836) e The Brow of the Black Haggs. Questo The Private Memoirs and Confessions of a Justified Sinner (“Le Confessioni di un Peccatore Eletto”), senz'altro il suo capolavoro assoluto, rientra a pieno titolo nell'alveo del gotico, pur avendo un taglio da crime story (con tanto di indagini, processi, omicidi, risse e pestaggi) e una struttura alla Rashomon (1950), giusto per intenderci, funzionale, a mio modo di vedere, ad avvalorare le confessioni stesse rese dal protagonista e recuperate dalla sua tomba, così da superare le perplessità della generazione moderna (“non crederà che un uomo sia stato quotidianamente tentato dal diavolo”).

Tema centrale è la satira avverso le distorsioni e i fanatismi legati alle interpretazione dei testi sacri (“Chi ti ha fatto giudice delle azioni o delle inclinazioni delle creature dell'Onnipotente, tu che al suo cospetto sei solo un verme e non un uomo? Con quale diritto distribuisci giudizi e anatemi?”). Nella fattispecie si parla della Bibbia e della predestinazione legata alla dottrina calvinista, ma ciò, sempre a mio modo di vedere, è puramente un dettaglio e un'occasione per veicolare un messaggio di portata più ampia. Se pensate bene, a esempio, la tematica ben si attaglia agli stermini cristiani all'epoca della conquista delle Americhe con relativa conversione degli indigeni e, ai tempi nostri, alla jihad islamica. Il protagonista infatti crede di essere un soldato di Dio, chiamato a eliminare gli infedeli per il trionfo della parola della Bibbia. “Ero una persona giustificata, accolta tra i figli di Dio e nessuna colpa passata né alcuna azione futura, mia o di altri uomini, avrebbe potuto alterare il decreto”. Ecco che il protagonista, Robert Wringhim, già assuefatto da tale impostazione per educazione impartitegli dal padre segreto (un reverendo arrogante e borioso che si è auto proclamato in grazia di Dio), finisce sotto la sfera d'azione di uno spirito manipolatore che altro non è, non ci sono dubbi al riguardo (nonostante molti critici intendano vederne una portata metaforica o un'allucinazione frutto di una malattia mentale), Satana che fa in modo di portarlo verso quella via di perdizione a cui (a differenza de Il Monaco) il soggetto era già indirizzato nonostante la volontà di fare la grazia del Signore. Ecco che sotto la scusa di eliminare i peccatori e i presunti impostori che divulgano un messaggio distorto degli insegnamenti della Bibbia (“era più onorevole e utile eliminare i peccatori con la spada, piuttosto che cercare di riformarli”), Robert si trasforma in quello che oggi definiremmo un serial killer, uccidendo soggetti disarmati (con una pistola d'oro recuperata dall'inseparabile amico) e rubando gli averi del padre e del fratello. Qui si innescano altri due aspetti secondari del romanzo. Da una parte abbiamo il tema, anche questo moderno (si veda l'ultimo tentativo di riformare la giustizia in Italia nonché la querelle di Garlasco), della fallibilità della giustizia che finisce per interpretare in modo errato le prove via via raccolte e di conseguenza incarcerare e condannare innocenti, oltre che a essere sottoposta a ingerenze politiche e tentativi di corruzione (“È risaputo come al giorno d'oggi i cittadini della Scozia giudichino diversamente i casi a seconda che riguardino uomini del proprio partito o di principi politici opposti”). Vi è poi il tema della integrità psicologica di Robert Wringhim, al punto da supporre che sia affetto da una forma di schizofrenia o di disturbo dissociativo della personalità (da qui l'ispirazione successiva di Stevenson) sostanzialmente immaginando un amico che gli ordina i vari omicidi (un po' alla Figlio di Sam per rimandare ai crimini di fine anni settanta di David Berkowitz). Quest'ultima ricostruzione è totalmente sconfessata dalla particolare struttura scelta da Hogg che racconta gli eventi da due distinti punti di vista: quello del narratore, che propone testimonianze e ricostruzioni di terzi soggetti; e quello del protagonista, a sua volta supportato da accadimenti specifici concordanti con l'ipotesi demoniaca in luogo della razionale (le persecuzioni notturne dei demoni che spingono tutti coloro che offrono riparo al protagonista a cacciarlo) e, ancora una volta, dalle testimonianze di terzi soggetti (“dicono che spesso si vede il diavolo camminare di fianco a voi, a volte con una forma, a volte con un'altra. E dicono che a volte prende proprio la vostra forma, oppure entra dentro di voi, e allora diventate voi stesso un diavolo”). Questa seconda parte del romanzo (cioè quella relativa alle confessioni vere e proprie del protagonista) assume grande interesse, in quanto suggerisce un'azione diretta del maligno, che non si limita a tentare e a istruire il protagonista, ma ne assume le veci sfruttando le capacità camaleontiche attraverso le quali ruba le sembianze di chiunque intenda emulare (cosa avvenuta anche nella scena dell'omicidio del fratello del protagonista e testimoniata da terzi, tanto da aver portato all'incriminazione di un innocente) e, in tale veste, compie stupri e omicidi e possiede direttamente il protagonista che perde il contatto della realtà non ricordando eventi che potrebbero averlo visto agire in prima persona (anziché sostituito dal suo doppio impostore che, a differenza di Stevenson, è un vero e proprio alter ego).

È altresì interessante l'evoluzione degli eventi che dapprima vedono Robert nel ruolo di persecutore e poi, una volta eliminate le vittime designate, si ritorcono tutti contro di lui al punto da farne un perseguitato dalle medesime circostanze, con manipolazioni e incastri, in una logica del contrappasso gestita sempre dal demonio che prima concede e poi toglie. In tutto questo, è emblematica la figura di Gill-Martin (termine gaelico per indicare una volpe, in simbologia animale associato a Satana, e che poi è praticamente lo stesso nome – M-Gill – del ragazzino che a scuola era il migliore della classe e che il protagonista sospettava essere figlio di una strega e che, per questo, aveva fatto in modo di farlo espellere dall'istituto tirandosi forse dietro una maledizione), che appare la prima volta emulando le sembianze del protagonista (come poi verosimilmente farà nella parte terminale della storia sostituendosi allo stesso), riferendo di non aver genitori, “se non uno che non riconosco” (evidente rimando a Dio), di avere “più servitori e sudditi di quanti ne possa contare” e promettendo di fare sedere il protagonista “alla destra del mio trono e ti mostrerò la vastità dei miei regni e la felicità dei milioni di miei fedeli seguaci”. I riferimenti, pertanto, non sono ambigui (nonostante la superficialità del protagonista che si è convinto che l'uomo sia un sovrano in esilio). Hogg tuttavia tenta all'epilogo di rimettere tutto in dubbio, suggerendo una pista razionale forse per depotenziare la portata sovversiva (per l'epoca) del romanzo. I riferimenti della pista satanica, a ogni modo, sono debordanti. A esempio le supposizioni del fratello vittima delle persecuzioni del protagonista, che poi ne erediterà le ricchezze dopo averlo ucciso a tradimento, sono dirimenti: “raramente lo vedeva seguirlo... appariva semplicemente al suo posto e George non sapeva né come né da dove fosse arrivato... Penso si trattasse di qualche orrido demone che lo perseguitava e che aveva assunto le fattezze del fratello”. Questa convinzione spiega e anticipa quanto avverrà nella fase terminale del romanzo, col demonio che verosimilmente prenderà del tutto il controllo della vita del suo adepto sostituendosi allo stesso per poi fargli imputare crimini e accuse così da spingerlo al suicidio e, con esso, alla dannazione eterna.

James Hogg dunque si dimostra avanti di almeno cinquant'anni, fa addirittura esprimere al suo demonio quella che diverrà la massima del pensiero di Aleister Crowley ovvero “fai ciò che vuoi”. In un passaggio, infatti, il mutevole Gill-Martin, che cambia di continuo aspetto, dice: “Ciò che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze, perché nessuno di noi sa che cosa può accadere l'indomani... Nessuno di noi sa cosa sia prestabilito, ma qualunque cosa sia, dobbiamo farla e nessuna di queste azioni ci sarà imputata”,

Un romanzo dunque cardinale, in parte appesantito da passaggi incentrati sulle indagini, sul passato familiare del protagonista (tema della famiglia divisa e del rifiuto genitoriale) e su aspetti introduttivi fin troppo dilatati (la rissa per le vie, le prime persecuzioni di Robert ai danni del fratello), ma che trova il suo fascino nella figura di Gill-Martin e in almeno tre momenti squisitamente fantastici e orrorifici quali l'apparizione ectoplasmatica di una figura gigante sull'orlo di un precipizio, il resoconto dei fatti avvenuti in un paesino con un demone impostore presentatosi quale predicatore della parola di Dio e poi scoperto per avere gli zoccoli al posto dei piedi e l'assalto finale dei demoni ai danni di un Robert ormai alla deriva e braccato dalla polizia. Un romanzo non consigliabile a chi cerca mero intrattenimento di grana grossa o pulp, ma che supera il campo della narrativa per accedere a quello della letteratura diabolica. Non fatevi spaventare dallo stile narrativo che, contrariamente a quanto si legge in giro, non è pesante (è tale, in alcuni punti, la trama che prende vie incentrate sull'indagine sui crimini compiuti) ed è di facile comprensione. Da avere nella propria biblioteca dark. Si segnalano, all'interno dell'edizione dell'Agenzia Alcatraz, delle raffigurazioni bonelliane di un altro James Hogg, il pronipote che vive oggi a Firenze: James Hogg jr. Ispirerà, tra gli altri, il romanzo numero 2 de I Racconti di Dracula: La Tomba di Satana.

 
L'autore James Hogg.
 
 Mi ritrovai circondato da una schiera di orrendi demoni, che digrignavano i denti contro di me e stringevano i loro artigli cremisi davanti al mio viso. Nello stesso istante, fui afferrato da dietro per il colletto della giacca dal mio temuto e devoto amico, che mi spinse a muovermi e, brandendo e roteando il suo stocco dorato, mi difese dal loro attacco.

sabato 9 maggio 2026

Recensione Narrativa: LA VOCE DELLA NOTTE di Dean R. Koontz.

Autore: Dean R. Koontz. 
Titolo originale: The Voice of the Night
Anno: 1980. 
Genere: Drammatico / Crime. 
Editore: Bompiani (1992). 
Pagine: 292. 
Prezzo: Fuori catalogo.
 
Commento a cura di Matteo Mancini.  

Romanzo minore di Dean R. Koontz, a suo tempo uscito (nel 1980) sotto lo pseudonimo Brian Coffey, che si focalizza ancora una volta sulle condotte devianti, spostando l'attenzione sulla genesi criminologica di un potenziale serial killer. Il soggetto è poco strutturato, bypassato dalla caratterizzazione dei due protagonisti che calamitano l'intera attenzione dello scrittore. Non vi è una vera e propria trama, ma si assiste all'evoluzione psicologica del protagonista, un ragazzino di quattordici anni piuttosto sfigato, in un'ottica da romanzo di formazione. Siamo dalle parti di romanzi quali The Pet (“La Carezza della Paura, 1986) di Charles L. Grant (qua la recensione http://giurista81.blogspot.com/2024/01/recensione-narrativa-la-carezza-della.html), per farmi capire, sebbene qui non vi sia niente di paranormale o di thrilling. Di Koontz resta la cura sulla psicologia aberrante dei personaggi, l'attenzione sulle famiglie disgregate e assenti che generano mostri e una sorta di comprensione finale (non giustificazione) delle condotte dei soggetti qualificati quali malvagi dalla società. Il killer di turno non è infatti un prodotto delle tenebre, ma è un ragazzino non accettato dalla famiglia, minato dai traumi e da eventi passati che lo hanno portato a maturare delle spiccate tendenze narcisistiche e manipolatorie. Koontz è bravo nel focalizzare i contorni della personalità deviata e lo fa mostrando tutte le abilità manipolatorie tipiche di un certo tipo di delinquenti. Zoosadismo, pirofilia, mentire patologico connaturano il villain che cerca di plagiare l'amico più debole, per avere un aiutante sotto il suo più totale controllo mentale, e al tempo stesso di plasmarlo al fine di accendere la prospettiva del male e legarlo a sé in una dipendenza irreversibile. Nell'occasione la folie a deux non scatta per il senso etico del protagonista che riesce a distinguere tra bene e male e, di conseguenza, agire con la propria testa fino a mettere sotto scacco l'amico e sviluppare, al tempo stesso, la propria personalità.

Romanzo dunque di impronta realistica e drammatica, molto credibile nel suo indagare sul substrato formativo che sottende alla condotta deviante. Da questo punto di vista è un'opera riuscita, peraltro con diverse scene crude (la mattanza degli squali o le aggressioni fisiche). A mio avviso, paga l'assenza di un soggetto forte. Koontz non costruisce una storia, ma affida il tutto ai due protagonisti, plasmando un volume sull'adolescenza che pare uscito dalla penna di Charles L. Grant. Per una volta i personaggi divorano la trama e alla fine non c'è alcuna storia da raccontare, ma una relazione tra due quattordicenni e le loro paranoie e insoddisfazioni che generano mostri o portano alla maturità.

 
Copertina americana.
 
"La voce della notte era dentro di lui ed era sempre stata lì. Era dentro tutti gli uomini e bisbigliava malevola, ventiquattr'ore al giorno. La cosa più importante, nella vita, era ignorarla, escluderla, rifiutarsi di ascoltarla."